Ora sento il diritto di essere ciò che sento. Storia di Magda.

Un anno e mezzo fa circa. Il senso di inadeguatezza era ai massimi livelli e il lavoro era diventato insostenibile. A pensarci ricordo bene che avevo il fiato corto, come se non riuscissi a respirare mai fino in fondo, mai appieno. Il pensiero era rimuginativo intorno alle solite cose, alle brutte sensazioni che avevo soprattutto al lavoro: stare in gruppo, sentirmi vista dagli altri attraverso, senza pelle e nuda pienamente esposta senza protezione. Già, senza pelle: mi avevi detto che la pelle è il nostro organo più esteso e quello che ci separa e mette in contatto con l’esterno.

Insomma chiamai per un primo appuntamento. Mi presentai dicendo “sono qui, non so quale sia di preciso il motivo ma so che è quello di cui ho bisogno” ovviamente non avevo usato la parola bisogno, non sapevo nemmeno cosa fosse.

Oddio mi sto accorgendo che sembra un racconto di un secolo fa e invece non è passato poi così tanto tempo. Ricordo la poca voglia di fare nonostante l’inizio di un nuovo lavoro e di una nuova vita in un nuovo luogo. Gran parte del tempo a dormire e a pensare a vuoto con Giorgio a cui dicevo “non sto bene, ma mi riprenderò. Porta pazienza.” E lui ci ha creduto e io sono tornata. Perché se mi ripenso non mi riconosco, come se fossi stata una me distaccata completamente da me stessa e da qualsiasi appiglio.

Ricordo delle prime due sedute che pensai “wow a raccontarla tutta in fila la mia vita sembra un casino!” non mi ero mai soffermata sull’intero racconto: vivendo pezzo per pezzo non avevo la sensazione di aver passato tutta questa serie di abbandoni e ritorni, abbandoni e ritorni. Così presi coscienza di aver superato un bel po’ di ostacoli… senza rendermene conto, un po’ come tante altre cose. Non a caso sono miope da una vita!

Un po’ di tempo più in là è arrivata anche la compassione per me stessa quando con immensa vicinanza al cuore dissi “Povera me! Ci credo che sto così male dopo tutto quello che ho passato” e sul momento mi sorpresi quando ti vidi vibrare con me. Non mi è sembrato mai nobile darmi della “poverina” semplicemente andavo avanti per inerzia, non mi davo il permesso di farlo.

Riesumare ricordi è sempre stato difficile, nella mia memoria, ho la sensazione di avere dei buchi neri ma durante le sedute i ricordi sono arrivati puntuali e pieni di significato soprattutto nell’EMDR, apparentemente pensiero casuale che ha lasciato un seme e spazio di crescita su un altro livello.

Ricordo nelle prime sedute “beh è come se ci fosse una triade tra te, tua mamma e tua nonna. Come se tua madre ti avesse messa in mezzo alla relazione con la sua per creare distanza da lei, un po’ come fanno i tossicodipendenti. E tu sei un po’ la figlia perfetta che tua nonna non ha mai avuto e molto probabilmente tua madre è un po’ gelosa di questo”. Boooom un fulmine a ciel sereno, come cambiare prospettiva tutto d’ un botto. Sentirsi solo un pupazzo preso, appoggiato, spostato a proprio piacimento.

Parlai anche di papà. Non era mai “apparso” nei lavori che avevo fatto precedentemente infatti credevo fosse fonte di grandi sorprese. Non è mai stato molto presente e l’unica rivelazione su di lui è stata che “la qualità della sua presenza è ed è stata positiva per me. Se ci fosse stato forse mi avrebbe potuto salvare o aiutare ma lui non c’ è stato abbastanza”. Ricordo che una volta, raccontandoti delle varie persone vicine a me,non l’avevo nemmeno citato anche se siamo a mezz’ora di macchina distanti. Forse per lui avevo sofferto a sufficienza a suo tempo.

Di mamma abbiamo parlato tanto, anche a metà percorso quando pensavo di aver smaltito abbastanza tossine tornava sempre quasi come se mi perseguitasse, sbucava dappertutto.

Nella prima fase ho imparato a riconosce l’ illusione di quello che era mia madre per me. Poi mi sono arrabbiata con lei perché non era come io pensavo che fosse e non si sforzava minimamente di essere una brava madre per me. “Io se lei è così, io una mamma così non la voglio”. E mi sono sentita orfana e sola come non lo sono mai stata. Ora so che lei è quello che è e che io sono libera di scegliere a quale distanza pormi. Ho continuato in vano a girarle intorno per vederla un po’ più bella ma ogni volta era uno schiaffo in faccia quando non era come pensavo che fosse. C è stato poi il suo parto, a Framura. Perché è così che l abbiamo definito insieme. In quell’urlo c’era tanta rabbia, paura, delusione, dolore, libertà d essere autenticamente tutte queste emozioni all’ennesima potenza e contemporaneamente.

Ora la vedo più chiaramente, è distante anni luce da me, diversa anni luce da me, non condividiamo interessi né valori e non me ne dispiaccio. Siamo due persone distinte. Ci sentiamo raramente, riconosco sempre un velo di dolore ma lo vedo chiaramente quando arriva e non fa più paura.

Ricordo l esercizio sul respiro che si concluse con “io non sono come voi e non voglio essere come voi!”, di grande valore. Io sono altro, io sono diversa dalle aspettative che avete su di me (mamma e nonna), da come vorreste che io sia, io sono io e adesso non combatto più per mostrarmi come dovrei essere o come sono, non potreste capire e ne sono certa perché c ho provato tante volte.

Da questo momento un gran lavoro è stato quello delle concessioni e delle pretese. È stato poco evidente e sempre un po’ sfumato, chiarissimo quando lavorando ancora sul respiro l ho toccato insieme a te quel muro. Tutto era partito girando la prospettiva “e se non fossero i tuoi colleghi a rifiutarti, se fossi tu quella che li tiene lontani? “.

Fintanto che da sdraiata il muro era a metà, tagliava in due il corpo perpendicolare al pavimento dalla testa ai piedi. La percezione fisica era chiara, me la ricordo ancora. ” Se quel muro è lì c è un motivo, ti ha salvata in gran parte della vita.”

La pretesa di volerlo sfondare una volta intravisto.

Prima di questo c’era stato un periodo in cui ricominciando a vedere, osservavo cose che non mi piacevano, che attribuivo frutto di una prolungata cecità e volevo demolirle, pretendevo da me che tornasse il respiro subito, che mi riprendessi dal dolore subito, che mia madre non mi avrebbe causato altra sofferenza subito. Anche la mia relazione con Giorgio era messa a scrutinio perché se lui fa così e io faccio così ma dovremmo essere così e lui dovrebbe e io dovrei.

Non pretendo più di essere, fare, provare altro da quello che c’è nel qui e ora. Ho finalmente dato agio alla mia letargia. Ho sempre odiato la mia non voglia, la mia “pigrizia”, il mio dormire tanto, il non avere le forze. Ora so che hanno un significato. Ora l’ascolto e cerco una soluzione quando succede, ormai raramente. Ora non è più un nemico da combattere ma una parte di me che ha qualcosa da dire e, perché no, a volte solo bisogno di stare con me stessa e riposare.

Come quel muro che ho scelto di accarezzare, accettare, alle volte appoggiarmici sopra a pensare.

E da qui ricollego la seduta delle Mille me, quella in cui mi hai scattato una foto. C’era la piccola me, l’ adolescente me, quella che pretende da me, la letargica me, l’adulta e l’attuale me. Ricordo una grande serenità, un orgoglio nel mostrarle e sentirle tutte vicine e poi il cercare una giusta posizione per loro che in quel momento erano dei cuscini. È stato anche divertente, nelle prime due prove erano controllate o troppo distanti dall’ adulta-me, nell’ultima postazione erano al mio fianco. Fiere alleate con un’umile tirafila, non un tiranno, non un protettore, non un cavallo con il paraocchi.

La piccola me. È apparsa per caso quando stavo andando a lavoro, nel campo a giocare. Oooh quanto lavoro con lei, quanto dolore vederla così… Sola, ovattata, serena nella sua bolla a colori, distante da tutti per avere una sensazione di pace e stabilità. Tutto è ruotato intorno a lei, volevo salvarla ma ormai il passato è passato, ho cercato di aiutarla, ho provato a starle accanto senza dire niente. Non sapevo cosa fare con lei, ogni cosa che facevo non mi sembrava mai abbastanza. Finché al master l’ho incontrata e dopo la prima fase di dolore abbiamo ballato insieme, abbiamo giocato. Allora ho provato ad essere lei, ho sentito la sua difficoltà a tendere la mano, la sua necessità di solitudine perché è solo lì che trova equilibrio e serenità. Ho capito che non ero sbagliata, che non era colpa mia se non riuscivo ad aiutarla. Allora all’improvviso ho girato la lente e sono diventata un po’ lei, mi sono reincarnata in lei per sentire di cosa avesse davvero bisogno, di quali siano i suoi limiti e i suoi muri ed è stato più che naturale tornare me e sedermi proprio lì vicino al muro, vicino a lei. Questo è ciò che le serviva, qualcuno vicino. Non qualcuno che arriva all’ improvviso quando lei non è pronta, che si sostituisce a lei, che le dice come dovrebbe essere e di cosa non dovrebbe soffrire.

Ed ora proprio in questo momento mentre scrivo ho avuto la sensazione che il suo muro è molto più simile al mio di quanto avessi pensato, che quando ho abbracciato il mio ho abbracciato e rispettato il suo e mi sono concessa di essere un altro pezzo di me stessa.

E la seduta in cui per la prima volta mi sono concessa di piangere sulle tue ginocchia e di farmi coccolare, forse la stessa del muro. Come a dire ok, sono stanca ho bisogno di una carezza e di conforto.

L’ostentazione di una falsa indipendenza.

Ho appena ricollegato in questo momento la paura dell’abbandono. Forse avevo paura che anche tu mi lasciassi, che se mi fossi concessa la tua coccola dopo il dolore dell’abbandono sarebbe stato più grosso se te ne saresti andata. Perché di fatto mamma e papà se ne andavano spesso o comunque non erano sufficientemente amorevoli e fonte di calore ed ho imparato presto a non appoggiarmi più per non soffrire ulteriormente all’abbandono, al rifiuto o all’invisibilità successiva. “È come se ti iniettassi piccole dosi di auto-abbandono” prontamente risposi “così se succede davvero sono pronta, sempre pronta al peggio!” meno male stavamo ridendo altrimenti sarebbe stata una tragedia!! Ecco che anche questo tassello prende il suo posto e più scrivo più tutto sembra prendere altri colori e sfumature come mettere insieme i pezzi del puzzle che prima vedevo da soli e in piccoli gruppi.

Si mostra nitido il tema dell’abbandono, quello che non sento molto solo perché cerco di evitarlo a discapito del calore e dell’amore.

La difficoltà nell’essere estremamente distanti o attaccati come una cozza, la ricerca di una posizione diversa salda sulla terra.

E dopo questa seduta sulla Fiducia, lasciata lì a fermentare. Perché non avevo mica capito bene cosa volesse dire, mi ha spiazzato. Un po’ come accorgersi che era tutto il contrario della certezza che avevo. Ma l’ho lasciata lì. E ricollego la fine di questo percorso. Dopo mesi di stenti finalmente mi sentivo serena a “lasciarti”, a concludere questo ciclo. A prendermi spazio e riposo, a testarmi nel mondo con i piedi solidi e senza paura di cadere, che se cado ho un po’ di bagagli per ritirami su.

E poi come dimenticare il tema del mare, della mia amata città. A Framura ho visto il mare ed ho iniziato a piangere. Non sento più il bisogno di appartenere in maniera esclusiva a una terra, a un luogo. O meglio sto bene qui anche se il mare e la mia città non smetteranno di mancarmi. Quanto lavoro su quelle radici “sei come una pianta sradicata e messa in vaso. Se non decidi dove piantarti prima o poi le radici sfonderanno il vaso.”

E durante il percorso tutto è sfumato fino a quando mi hai fatto notare “bè mi sembra ormai chiaro dove vuoi stare, giusto?”. E si effettivamente era proprio così, avevo messo le radici ed ero serena lì dove stavo. Non mi sono sentita prigioniera né in balia del caso, scelgo dove stare e con libertà dove andare. E intanto al lavoro andava meglio, mi sentivo più efficiente, progettavo l’inizio di nuovi corsi, l’iscrizione all’università, il confronto con Giorgio, la creazione di relazioni in questa nuova città.

E poi l’apertura a sprazzi sulla la situazione familiare, i miei fratelli, l’amore che provo per loro. L’aver visto e avvicinato quel mostro che tutt’ora sembra vicino e poi lontanissimo. Qualche passo avanti e altrettanto indietro. Abbastanza consapevole del fare e del non fare, tra la paura delle conseguenze dell’agire e del non agire. Ci vorrà ancora un po’ di tempo, ancora un po’ di energia ma sono abbastanza sicura che quel momento arriverà ed io sarò pronta.

Come concludere? Non concludendo, già questo racconto sta lasciando spazio ad altro terreno.

Mi sento viva, in pace. Mi è appena venuto in mente il flash della fine di una seduta, non ricordo su cosa avessimo lavorato in particolare. Ma alla fine ero in pace, avevamo dato un nome specifico a quello stato. La sensazione di essere rilassata in tutti i muscoli del corpo, il calore che irradia dall’interno e rimane lì vicino senza disperdersi completamente, tutto in torno prende la giusta velocità e il giusto ritmo che risuona con il motivo musicale che esce dall’interno.

E mi sento così adesso, pronta a continuare il cammino, super orgogliosa del percorso fatto, di quello che ho scoperto, di quello che sono (perché si, mi sento un bellissimo essere), morta e rinata in altra luce definita ME.

Centro Divenire

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Centro Divenire. Centro di Psicoterapia Umanistica Integrata.

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