Sand-Play

Il mondo in una cassetta di sabbia.
La terapia del gioco della sabbia

 

“Ehi, mister Sandman, bring me a dream”

“Il Gioco della Sabbia é il metodo che io utilizzo sia nella terapia con i bambini sia con gli adulti al fine di ottenere l’accesso ai contenuti dell’inconscio. […] Nel Gioco della Sabbia diventa subito evidente che l’essere umano può avvicinarsi alla totalità. Diventa possibile rompere la prospettiva ristretta della nostra visione imbrigliata nelle nostre paure e trovare nel gioco un nuovo rapporto con la nostra stessa profondità. Immerso nel gioco, l’individuo riesce a rendere un’immagine interiore visibile. Quindi viene stabilito un collegamento tra l’interno e l’esterno.”

Con queste semplici parole Dora Kallf, la creatrice della Sandplay therapy, descrive l’utilità e la semplicità del suo metodo.

 

Ma di cosa si tratta, nello specifico?

Il Gioco della sabbia è una terapia non verbale nata come sviluppo junghiano del “Gioco del mondo”, una pratica terapeutica usata principalmente con i bambini e inventata da Margaret Lowenfeld. Nella stanza di terapia ci sono due vassoi contenenti sabbia, in uno bagnata e in uno asciutta, e degli scaffali con forme, figure e statuine che rappresentino uno spettro quanto più possibile ampio di ciò che esiste, in realtà o fantasia: animali, persone, esseri mitologici, edifici, alberi, oggetti simbolici o di uso comune…

Alla persona viene data poi la possibilità di creare, in uno dei due vassoi, ciò che vuole, aprendo un canale dalla propria profondità al mondo esterno, in modo da rendere visibili i processi inconsci, quasi si stesse sognando con le mani, grazie a un gioco libero e creativo.

Ciò che si manifesta nelle sabbie è il proprio Sè, la parte più vera e profonda di noi e che tende alla Totalità.

Il Gioco della Sabbia non è un test psicologico o proiettivo: ciò che viene creato non viene interpretato nell’immediato, ma il fatto stesso di poter raffigurare qualcosa senza limiti (ma, attenzione, con i confini della sabbiera: senza confini non può esserci profondità), più volte, mette in moto un processo terapeutico spontaneo che porta verso la totalità del Sè, il processo che Jung definiva “individuazione” o, per usare una metafora di Hillman, quel processo che trasforma una ghianda in quercia.

Il terapeuta offre la garanzia di un contenitore ampio e protettivo che custodisca e favorisca il processo. Inoltre lavora “dietro le quinte”: le creazioni vengono fotografate (per avere la possibilità di essere riviste insieme a processo concluso) e vengono “meditate”. Inoltre sabbiere e figure vengono ripulite e sistemate dal terapeuta, con profondo rispetto per ciò che è stato creato.

Ovviamente i bambini hanno un accesso più immediato a questa modalità di interazione, ma la Sandplay è una pratica terapeutica indicata anche agli adulti. Il fatto di essere una terapia non verbale permette di andare oltre il linguaggio, raggiungendo così aree della psiche, del cervello e della memoria che sono pre-verbali, offrendo così la possibilità di lavorare su livelli molto profondi e antichi di noi stessi. In questo, da terapeuta corporeo prima che junghiano, trovo un’affinità profonda con l’analisi bioenergetica: laddove col pensiero e con le parole possiamo raccontarcela come vogliamo (e spesso siamo molto bravi a farlo!), il corpo e le sabbie non mentono.

Recentemente una persona, parlando della propria relazione, mi ha detto che avrebbe voluto la possibilità di mettere una discussione o un litigio in una sandbox per proteggere il resto della vita di coppia. Non conoscevo questo termine: in informatica si tratta di un ambiente di prova in cui testare un programma o un’applicazione in modo sicuro, evitando danni al sistema.

Mettersi in gioco con i vassoi della sandplay offre una possibilità simile: la possibilità di creare in un ambiente sicuro, protetto e contenitivo il proprio mondo interiore, e di osservarlo con qualcuno al proprio fianco.

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