I disordini alimentari

Il cibo come metafora relazionale

La valenza ed il potere del cibo come medium comunicativo emerge chiaramente nel linguaggio comune dove si utilizzano frasi riferite al cibo ed al cibarsi soprattutto come metafora di relazione col mondo. (Fantini, 2002) Non a caso diciamo “non riesco a digerirlo”, di qualcosa che non riusciamo ad accettare, oppure ” gli vado di traverso”, se non ci sentiamo accolti e così via.

Se il cibo è il mondo ed il “mangiare” il modo con cui ci rapportiamo al mondo, in che misura il mondo esiste per l’individuo?1 La risposta a questa domanda che Perls (1945, 1969) pone non è forse rintracciabile nei molteplici significati che il cibo ricopre nell’esperienza di un individuo?

Il cibo ed il mangiare, quindi, si pongono come naturali strumenti portatori di almeno tre piani di significato coesistenti:

  1. l’apparato gastroenterico e la fame psichica
  2. l’apparato psichico e la fame psicologica individuale
  3. il piano esistenziale e la fame di valore sociale2

va da sé, quindi, che occuparsi dei Disturbi del Comportamento Alimentare significhi dipanare il disagio di una persona almeno su questi tre livelli.

Questo è un aspetto fondante dell’approccio del Centro a queste patologie tanto complesse quanto attuali.

Nella nostra prospettiva, L’Anoressia e la Bulimia non sono considerate al singolare bensì nella forma plurale di “Anoressie” e “Bulimie”, perché riteniamo che ogni quadro clinico nasconda in sé una specificità che non va generalizzata solo perché la sintomatologia è in apparenza la stessa. Ogni digiuno, ogni ritualità, ogni modalità di degustare o masticare il cibo nascondono infinite differenze e informazioni.

Questo significa che l’approccio adottato, pur nel rispetto della necessaria multidisciplinarietà ( l’equipe prevede uno stretto lavoro con medici internisti, alimentaristi insieme all’integrazione con figure come l’omeopata e l’osteopata), pone al centro l’individuo e non la patologia in Sé.

Pensiamo infatti alla manifestazione sintomatologica come ad una forma espressiva, come ad un tratto di una matita o di un pennello che sebbene ci ricordino certi “canoni estetici” restano una forma espressiva unica e irripetibile di quel individuo altrettanto unico e irripetibile.

Non esiste quindi un protocollo che viene somministrato nello stesso identico modo a questo o a quella persona solo in base all’etichetta diagnostica:

Il Centro, si prefigge lo scopo ambizioso di costruire un percorso terapeutico su misura in base alle caratteristiche biografiche e personologiche dell’individuo.

In questo senso, dopo un periodo di colloqui diagnostici, viene elaborato un percorso terapeutico che può prevedere una terapia individuale in alcuni casi, familiare in altri, di coppia o di gruppo in altri ancora.

Il senso di una scelta piuttosto che di un’altra verranno ovviamente condivisi con la persona interessata ed eventualmente con i suoi familiari: crediamo infatti nel valore terapeutico intrinseco al consenso informato.

Un altro aspetto peculiare del nostro approccio è l’attenzione per la dimensione corporea. (si veda a tal proposito l’allegato documento : “i codici semantici del corpo in bulimia e anoressia”) Il corpo , il vissuto relativo al proprio corpo è la base dal quale prende avvio tutto il trattamento. Affermare questo significa dire che il mondo si disvela al paziente e al terapeuta in quanto correlato dei propri corpi in relazione. In altre parole, è l’esperienza della coesione di sé che permette di esperire l’unità delle cose, ovvero un mondo, un tutto significativo, una gestalt, un’identità. La direzione di tutti gli interventi, quindi, hanno come obiettivo ultimo, costantemente ripetuto e rievocato all’interno di ogni incontro, sia esso individuale o di gruppo, di favorire un Senso di Unità, perché l’Unità che sperimento nelle cose è una funzione di quell’unità del “vivere attraverso” che sperimento in me stesso… È l’esperienza di unità del mio corpo che mi permette di sperimentare l’intierezza del mondo.(…)3

1Perls, F. (1945,1969), op.cit., Pag. 45

2Fantini M., I disturbi Alimentari Minori, in Fantini M., Lavanchy P., Ventura M., Il cibo come metafora relazionale, Istituto Torinese di Analisi transazionale, I quaderni, Trauben, Torino, 2002, pag.16

3 Kennedy, D., The lived Body, British Gestalt Journal 2005, Vol 14, No 2, 128-134

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