“Quando l’altro fa male. L’estraneità, l’amore, l’amicizia e la fratellanza.” una breve sintesi della conferenza tenuta il 24 maggio 2019.

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Il titolo della conferenza di venerdì 24 maggio all’Auditorium di Ranica, l’ultima del ciclo de’ “Il Potere del Sentire” di quest’anno, è Quando l’altro fa male. Conduce la dottoressa Gloria Volpato, ideatrice del progetto e direttrice scientifica del Centro Divenire di Torre Boldone, il centro di psicologia umanistica integrata.

Se si considera quanto sia facile farsi del male nelle relazioni che si intrattengono con gli altri – in certi casi, infatti, basta davvero poco, come una battuta mal interpretata – risulta chiara l’importanza dell’affrontare pubblicamente, attraverso gli strumenti offerti dalla psicologia, il tema delle ferite che gli altri possono causare.

Il più delle volte, però, non si è “proprietari” del proprio dolore: perché non lo si conosce, perché non lo si è mai voluto avvicinare. L’approccio offerto dalla terapia della Gestalt si propone, invece, di attraversare il dolore, visto come elemento necessario alla crescita individuale.

Le parti più ferite di ognuno, sono anche quelle che diventano più feroci, arrabbiate e istintive; per questo molto spesso non le si vuole avvicinare ed è difficile lasciare che qualcuno – come il terapeuta o il partner, a cui spesso si affida questo insidioso compito – le curi. La sofferenza irretisce e proprio le parti di noi che sono state offese non si lasciano toccare. Riconoscere il meccanismo, perciò, è il primo passo verso la guarigione: si deve scoprire il male che una certa situazione o una persona – anche inconsapevolmente – ci ha fatto per superarlo.

Ciò che accade di solito è che si dà per scontato che, se si attuerà un ragionamento logico, se si andrà a cercare razionalmente le cause del dolore, o i colpevoli, esso scomparirà. Niente di più sbagliato: è come se gli operatori della Croce Rossa, invece che intervenire sul ferito, prendessero a cercare come detective chi l’abbia causata. La persona potrebbe peggiorare o morire, anche se il colpevole venisse trovato.

Per attuare un cambiamento sociale è necessario, anzitutto, creare una cultura in cui è possibile attraversare la mancanza. Guardare la ferita, scoprire la nostra umanità. In altre parole: ammettere che ci si può fare male e che non siamo inattaccabili come divinità. Per attraversare il dolore bisogna poter comprendere quello che sta succedendo: un modo per continuare a non vedere è continuare a difendere a denti stretti una determinata idea di noi – ad esempio, quella che infarcisce la nostra psiche di giudizi su quanto siamo inadeguati. Se la persona è convinta di meritare un certo trattamento, non lascerà mai il dubbio all’interlocutore che tenta di confutare la sua tesi. Si è vittime della propria ideologia, a meno che non la si metta, qualche volta e con l’aiuto degli altri, in discussione.

Quando non si vuole ammettere la ferita che una madre o un padre hanno provocato, si è destinati a perpetuare la sofferenza all’infinito, anche se intuitivamente si è portati a pensare il contrario. Per distanziarsene bisogna trovare il coraggio di uscire dall’alveo materno e paterno e andare alla scoperta di chi siamo veramente, senza lasciare che una data idea di sé vincoli la persona al punto da condizionarla all’infinito.  È necessario, almeno ogni tanto, falsificare la propria teoria.

Le occasioni che più si prestano alla riscoperta del “chi si è veramente”, sono quelle dell’innamoramento. Attraverso il dolore per la perdita o per il tradimento subito, si entra in contatto con quell’esperienza necessaria – la sofferenza – che è capace di restituire alla persona un’informazione preziosa su sé stessa. Come ha agito in quell’occasione? Che cosa l’ha ferita? Quali dinamiche inconsapevoli ha messo in atto che hanno ferito l’altro? In fondo, quello che si cerca nelle relazioni con gli altri, è scoprire una parte più profonda di sé. La paura che ne consegue è comprensibile, perché, senza saperlo, si può andare incontro ad un’esperienza sgradevole, che rivela delle parti che disgustano, di sé o dell’altro. Ma, come disse Socrate, fare questa esperienza è necessario:

“Tutto quel che so me lo hanno insegnato le penurie, la miseria e la sofferenza.”

Dentro al dolore c’è la possibilità di auto guarirsi. Se si impara a vedere la propria ferita, scoprendo le proprie mancanze e quei lati del carattere che provocano disgusto, si diventa, finalmente, proprietari del proprio dolore. A quel punto, non siamo più costretti a percorrere, come pedine inconsapevoli, sempre le stesse strade, quelle che crediamo siano utili ad evitare il dolore e che, invece, ci rendono sempre più inermi di fronte all’altro. In altre parole, la maggiore consapevolezza, l’accettazione gentile delle nostre ferite fa sì che l’altro non possa più tenerci in scacco nella sofferenza. Soltanto se si è integrato il dolore, come si usa dire in termini tecnici, si è in grado di attraversare l’esperienza dolorosa che tanto ci spaventa, ma che ci restituisce una piena padronanza delle nostre azioni.

Diventati padroni di sé stessi, si è in grado di superare l’odio e iniziare, per esempio, a provare rimpianto per come sono andate a finire le cose con la persona che ha causato quel male. Una tale possibilità apre le porte alla comprensione del dolore dell’altro e alla compassione.

Centro Divenire

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Centro Divenire. Centro di Psicoterapia Umanistica Integrata.

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