“Alieni moderni. Sentirsi estranei a sé e al mondo.” una breve sintesi della conferenza tenuta il 22 febbraio 2019

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Ospite della conferenza de’ Il Potere del Sentire di venerdì 22 febbraio all’Auditorium vescovile Sant’Alessandro di Bergamo, è la dottoressa Carla Stroppa. Psicanalista di formazione junghiana, ha contribuito a fondare la casa editrice MorettiVitali con una collana di divulgazione psicologica, è membro dell’ARPA (Associazione ricerca psicologia analitica) e dello IAAP (International Association of Analytical Psycology), si occupa di “psicologia complessa”, ovvero ha un approccio trasversale alla psicologia, che cerca di abbracciare tutte le altre forme del sapere connesse con lo studio dell’umano, come l’arte, la letteratura e la filosofia. È anche autrice di diversi volumi.

Il tema trattato è l’alienazione moderna, ovvero quel senso intimo che si avverte, a volte, di non stare vivendo la propria vita, un sentimento sottile ma profondo che, se trascurato, può diventare pesante da sostenere e talvolta invalidante da un punto di vista psicopatologico. Se junghianamente parlando, esiste un nucleo di luce dentro di noi, una parte profonda che tende a realizzarsi a qualunque costo, che si esprime pienamente e desidera diventare ciò che è, esiste anche una parte che ci limita, una parte in ombra, un nucleo di nausea che è determinato dalla necessità dell’essere umano di adattarsi alla società in cui vive che, per forza di cose, impone delle leggi. Più la società riesce ad accogliere i bisogni espressivi delle singolarità, ovvero, più le sue maglie sono larghe e si adattano morbidamente ai desideri di ciascuno dei suoi membri, più tale conflitto, fra la parte in ombra e la parte in luce della persona, se pur mai completamente risolvibile per natura, si può allentare.

In altri termini: è vero che dobbiamo adattarci al mondo, ma è pur vero che dobbiamo chiederci a che mondo ci stiamo adattando. Se è il conformismo a far da padrone, il pensiero critico ne farà le spese e anche una buona dose di capacità di immaginare. Il conformismo spinge le persone a non farsi domande su come vorrebbe vivere o morire ma, piuttosto, a prendere per buona una visione precostituita del mondo, che può nascere da un’ambiente culturale retrogrado o poco agile, poco incline a fare i conti con un mondo in trasformazione. È un mondo in cui, da una parte siamo immersi ventiquattr’ore su ventiquattro nella modalità online, in contatto e, dall’altra non siamo capaci di essere presenti e in contatto con noi stessi.

Per reazione, si sviluppa nelle persone più sensibili – ma non solo, dato che negli Stati Uniti una persona su cinque fa uso di psicofarmaci o ne ha fatto in passato – una profonda nostalgia verso il sacro e la dimensione misteriosa, quasi esoterica, dell’esistenza. Ciò accade, forse, perché non si è più capaci di spiegare dove sia finito lo spessore di un mondo così appiattito sulla scena, sulla performance: un mondo unicamente esibito. Recuperare la capacità di sentire diventa il primo gesto del dissenso: ribellarsi all’anestesia dei sensi, indotta, primo fra tutti, dal consumismo.

Se quindi l’anima di luce del nostro tempo è l’iperconnessione, il fare, l’esibire, l’essere degli eroi, dall’altra l’anima oscura è la desacralizzazione di tutti i livelli dell’esistenza che il mondo delle applicazioni porta con sé. Questo fenomeno crea sofferenza, ingrossa le fila della depressione e della follia. Ma non solo: esistono persone che non esprimono questo disagio esteriormente, che all’apparenza sono perfettamente inseriti in società, ma che hanno un mondo affettivo interno costituito da relazioni sfasciate. In realtà, sotto la corazza adattiva, sentono un forte vuoto simile a quello che percepiscono anche i cosiddetti devianti o meno adattati.

Se questo è il tempo di una sofferenza nascosta, di un vuoto fatto di mancanze che non si sanno spiegare, è il tempo anche di una ri-traumatizzazione continua che l’individuo vive in società: una società richiedente e poco propensa alla gioia. Al lavoro, a scuola, in famiglia, ci viene chiesto, sempre più spesso, di soddisfare altrui richieste più che di abbandonarci alle gioie dell’esistenza, di fare gli eroi piuttosto che di diventare ciò che siamo realmente. È un tempo che ha un grande bisogno di interrogazione sul senso profondo della nostra esistenza. Non a caso si stanno diffondendo a macchia d’olio le discipline orientali come lo yoga, che portano con sé una filosofia olistica (cioè che racchiude tutte le parti nell’insieme) ben diversa dalla settorializzazione tipica occidentale, quella che, ad esempio, ha separato nettamente dentro le nostre coscienze il concetto di “io” da quello di “mondo”, finendo per farci sentire profondamente isolati da ciò che ci circonda. Una mentalità estremamente individualista, in cui la richiesta è che ognuno trovi la propria dimensione, distinta da quella dell’altro.

È opportuno sottolineare che, con questo, non si cerca di negare l’importanza che un trauma famigliare può avere nella persona e nella mancata espressione dei suoi bisogni, ma certo non abbiamo coniato una società in cui i traumi vissuti in famiglia siano facilmente riparabili al di fuori. In un mondo che dà il primato assoluto alla razionalità sul sentire, in un mondo in cui il sentimentalismo da gossip diventa più importante del sentire profondo di ciò che ci accade intorno, i traumi non possono essere riparati.

È importante stare svegli, coi libri, innanzitutto, che sono il primo grande strumento per l’anima poetica dell’essere umano. E non solo perché ci informano, ma perché alcuni libri salvano la vita, riescono a inscenare i conflitti irrisolti che stanno dentro la psiche della persona.

Bisogna aprire le porte al mondo esterno e alla bellezza, al confronto invece che allo scontro con l’altro. Riaccendere la passione per l’avventura del sapere è il secondo grande antidoto all’ignoranza diffusa. È lecito avere una visione di parte sulle cose, persino gli psicanalisti e gli psicologi ne hanno una propria per curare i loro pazienti, ma bisogna prima compiere un lavoro di esplorazione, di individuazione di sé.

“Cosa voglio?” e “Chi sono?” sono domande da porsi se ci si vuole inerpicare lungo i sentieri interiori.

La guida poi, il terapeuta o il maestro che ognuno di noi ha scelto, è a sua volta un esploratore in viaggio, Sa guidare perché ha preso per primo le strade sbagliate e si è messo in cerca di quelle giuste, attraversando anch’egli il dolore. Nessuno ne è esente. Nessuno può evitare di venire ferito. Ma qualcuno che è stato in grado di trovare la via d’uscita dal dolore, che si è aperto una via, inciampando nel terreno fertile delle possibilità, e si è allontanato da una prospettiva buia e depressiva, può guidare, a sua volta, altri verso la loro via d’uscita.

 

Prossimo appuntamento Venerdì 22 marzo 2019 ore 20.30 con la dott.ssa Paola Leonardi, sociologa, psicoterapeuta, presso Auditorium di Ranica con la conferenza dal titolo Depresse non si nasce. Le donne e il male oscuro. 12 tappe per trasformare la depressione in risorsa e ritrovare l’autostima.

Centro Divenire

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Centro Divenire. Centro di Psicoterapia Umanistica Integrata.

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