“Il trauma come estrema alienazione.” una breve sintesi della conferenza tenuta il 18 Gennaio 2019

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Ospite alla conferenza di venerdì 18 Gennaio è il professor Maurizio Stupiggia, uno psicoterapeuta , con una lunga e varia formazione, alla costante ricerca di integrare la dimensione corporeo-espressiva nella psicoterapia.

Si è infatti formato inizialmente in ambito psicoanalitico, sotto la guida dell’argentino Carlos Viganò e, nel tempo, ha poi allargato le sue conoscenze in ambito umanistico, con una formazione in Gestalt, proseguendo con un training junghiano e in area sistemica. Ora è professore di Psicologia Generale presso l’Università di Genova, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Professor Assistant presso la West Deutsche Akademie di Dusseldorf e direttore della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Biosistemica di Bologna. È esperto di traumi.

Attraverso un percorso tortuoso siamo giunti, con questo appuntamento del Potere del Sentire, dedicato quest’anno al tema sentirsi estranei, ad osservare da vicino l’apice del sentimento di estraneità che può abitare una persona: quello che si vive nell’esperienza traumatica.

Non c’è niente come aver subito un trauma da abuso che fa sentire la persona strappata da sé stessa, completamente estranea a sé, perché si crea una frattura identitaria.

Ciò che per prima viene a mancare nella persona traumatizzata è l’autostima, intesa non come alta stima di sé, ma come capacità di stimare il proprio valore reale, di averne una misura, che può essere di volta in volta diversa a seconda del momento e delle esperienze che si attraversano.

Ci sono persone che hanno un senso di identità talmente fragile che al mattino hanno bisogno di chiedersi, “Ma chi sono io?”, “Che cosa sto facendo nella mia vita?”, come per ricompattarsi. Il trauma mina la capacità della persona di percepirsi integra perché il suo specchio interiore si è frantumato in mille pezzi e non rimanda più un’immagine nitida di sé.

Quello che si osserva a livello clinico nella persona abusata è un diverso livello di disorganizzazione mentale, un grave senso di impotenza e l’incomunicabilità. Questo perché il trauma relazionale, a differenza di quello da cataclisma naturale, implica una dissociazione, o ancor più precisamente una dislocazione dei piani della personalità. L’abusato è diviso internamente: non sa più se avvicinarsi alla figura di accudimento – il presupposto è che l’abusante sia il padre o la madre o lo zio, dato che l’87% dei casi di abuso è registrato all’interno delle mura domestiche – oppure se allontanarsi, dato che ha usato violenza contro di lui. Al tempo stesso il bambino ha bisogno del genitore per sentirsi al sicuro.

La persona tende a sviluppare così un’ambivalenza nelle relazioni, soprattutto in quelle più intime, che non possono durare, proprio per il costante movimento di avvicinamento e fuga che destabilizza il loro partner, e coltivano una profonda sfiducia nel genere umano.

Si sentono strappate dal consesso umano perché violate all’interno del loro gruppo umano primigenio, la famiglia. Perciò proveranno un senso di isolamento continuo anche in altri gruppi, sentendosi profondamente e continuamente diversi.

Non solo; nel trauma si disattiva l’area di Broca, l’area del cervello preposta al linguaggio, così che la persona si sente impotente anche nella sua possibilità di comunicare la violenza subita. A qualche livello è convinta che nemmeno parlare servirà a farla sentire meglio. Non dobbiamo stupirci, ad esempio, se sia così difficile far denunciare a una donna il suo stupratore. La questione è tutta psicologica, va affrontata con estrema delicatezza perché la donna si sente totalmente esposta e impotente di fronte all’evento subito, o anche solo nel ricordarlo – sempre che il ricordo sia presente – che le pare impossibile avvicinarlo con le parole.

Dato che nel trauma si ha una sorta di disconnessione dell’ippocampo, l’organulo preposto alla costruzione della memoria, può diventare difficile persino ricordare l’accaduto. Si hanno dei frammenti sensoriali che non sono vere e proprie memorie. Lo stimolo esterno viene raccolto dal talamo, che lo invia a due aree differenti, la corteccia, quella che dispone la reazione mentale, e l’ipotalamo, che configura la reazione strettamente corporea. L’ipotalamo attiva una serie di centri “inferiori” che controllano il metabolismo e hanno a che fare con la memoria corporea. Se tutto va bene, in situazioni normali, corteccia e ipotalamo riuniscono il segnale nell’ippocampo, se invece l’evento è stato traumatico, l’ippocampo resta scollegato e non avviene la ricostruzione mnemonica: non c’è il ricordo razionale.

Qui comprendiamo da che cosa derivi il senso di impotenza: quando, ad esempio, si ha quello che si chiama flashback intrusivo, ovvero la persona rivive il trauma perché capita nel luogo in cui è avvenuto, oppure avverte una sensazione corporea che le fa tornare alla mente l’accaduto, succede che un’esperienza a lei estranea torna alla luce, senza il concorso della sua volontà, provocando un senso di radicale spaesamento. Un corpo estraneo un ricordo che non apparteneva al bagaglio cognitivo, appare nella mente della persona che intuisce di non avere più il controllo di sé, perché qualcosa ha preso il sopravvento e sta minacciando la sua integrità, la sua identità, il ricordo che lei ha di sé stessa. Qualcosa sta cambiando, si deve riassestare.

Il tutto comincia a livello corporeo: lo stimolo sensoriale di un momento, ad esempio la visione del luogo traumatico, la stretta di un uomo fra le braccia, un mancamento improvviso della luce ecc., rimanda la persona a uno stimolo corporeo percepito nel passato e riaccende – si dice riedita in termini tecnici – la memoria dell’evento traumatico, completando così il processo di riemersione e ricostruzione dei fatti e la conseguente creazione del ricordo cognitivo. È in quel momento che la presenza e la guida di un terapeuta esperto è fondamentale per contenere e rielaborare con delicatezza ciò che è emerso e provare, piano piano, ad integrarlo. In caso contrario, l’affiorare del ricordo traumatico può provocare un altro trauma nella persona.

È importante sottolineare che il corpo ha una memoria potente, anche se essa non si lega, cioè non trova un riscontro, con quella cognitiva e cosciente. Un noto psichiatra raccontò di un’esperienza illuminante a riguardo. Al primo incontro con una paziente – che aveva una lesione all’ipotalamo – si presentò con una spina nella mano per fare in modo che la paziente stringendogliela si pungesse – era un esperimento. Alla fine della seduta, le porse di nuovo la mano, ma la paziente questa volta si ritrasse. Le domandò per quale ragione non le desse la mano e lei rispose che non era solita dare la mano agli sconosciuti. Il suo corpo sapeva benissimo quello che non doveva fare, cioè stringere la mano, anche se la sua mente non sapeva dare spiegazioni corrette a riguardo. Le mancavano le informazioni, a causa della sua lesione, e la sua mente aveva dovuto creare una giustificazione a un gesto che lei stessa non sapeva spiegare.

Questo per dire che quando lavoriamo su eventi traumatici, dobbiamo affidarci al corpo, perché il corpo non mente mai.

Prossimo appuntamento Venerdì 22 febbraio 2019 ore 20.30 con la dott.ssa Dott.ssa Carla Stroppa, psicanalista, saggista, presso Auditorium collegio vescovile Sant’Alessandro di Bergamo con la conferenza dal titolo Alieni moderni. Sentirsi stranieri a sé e al mondo.

Centro Divenire

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Centro Divenire. Centro di Psicoterapia Umanistica Integrata.

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