“I giovani che (non) escono di casa” una breve sintesi della conferenza tenuta il 14 Dicembre 2018

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Ospite alla conferenza di venerdì 14 all’Auditorium Roberto Gritti di Ranica è stato Pierluigi Poli, dottore in psicologia, sociologo, counselor e curatore insieme a Gerrie Hughes del progetto “Scopri i tuoi talenti”, nato da un’esperienza di otto anni in Irlanda al servizio di disoccupati, in cerca di una nuova collocazione.

Si è cercato di indagare il tema dell’“uscire di casa” che è diventato ormai così problematico da richiedere spesso interventi repentini per affrontare tensioni e conflitti che rischiano di diventare drammatici fra i giovani e i loro genitori.

Il vero problema per il dottor Poli – che ascolta tanti vissuti traumatici e incontra anche genitori e figli insieme in vista di un dialogo risolutivo – non è la classica divisione fra bamboccioni e genitori impreparati. Il problema è una scissione interiore. Tutti noi non siamo ancora del tutto usciti di casa. La casa che ci portiamo dietro è una forma mentis che ci condiziona, impedendoci di fare scelte autonome.

Ci sono frasi, ormai incise nelle nostre anime, ci hanno convinti che fuori da là non saremo mai al sicuro. Provengono da una mentalità tutta italiana che propone una visione eccessivamente inclusiva da parte della famiglia di origine. In Olanda, se un ragazzo esce di casa a ventidue anni la domanda da porgli è “Così tardi?”, mentre quella italiana sarebbe, “Già?”, se non, peggio, pensare che il ragazzo sia problematico.

Vediamo trentenni e quarantenni che sono, fisicamente, usciti di casa ma che, simbolicamente, sono ancora sotto il tetto dei genitori perché lasciano che i nonni facciano da genitori ai loro figli o che gli costruiscano la casa o che paghino i loro debiti, visto che quei nonni provengono da una tradizione del dopoguerra che li ha spinti al duro lavoro per costruirsi una fortuna, pur potendo cavalcare il boom economico degli anni Sessanta.

Uscire di casa, oggi, vuol dire assumersi alcune responsabilità: innanzitutto quella di entrare in società come individui, cui siamo chiamati a rispondere in coscienza in ogni momento della nostra giornata, a partire dal pagamento del biglietto sull’autobus, al votare la domenica per le elezioni comunali, allo scegliere se comprare cibo biologico, mangiare vegano o comprare una macchina elettrica.

La società ha cambiato volto verso la fine dell’Ottocento e ora si vedono tutti gli effetti di questa trasformazione. Muoversi nel mondo vuol dire assumersi, sempre, dei rischi come individui e questo pone domande esistenziali: chi sono? Da dove vengo?

Porsi domande sul paesaggio culturale di provenienza significa scovare alcune convinzioni interiori che arrivano da là, cioè dal rapporto con i propri genitori. Significa, infine, domandarsi in quale relazione si è realmente con loro. Molte volte si è inglobato, senza accorgersene, un padre insoddisfatto, non realizzato e che non è stato in grado di offrire gli strumenti per andare nel mondo, con tutti i rischi che ciò comporta. Diversi possono essere i problemi derivanti dal rapporto coi genitori ma, il più delle volte, se il rapporto è costruito su basi solide, basta parlarsi con chiarezza e confessare la stanchezza da parte del genitore o la voglia di cambiare strada da parte di una figlia che, ad esempio, ha imboccato una carriera in cui si sente incastrata e non realizzata. Una parola non detta, come, semplicemente: “Vada come vada”, da parte di un padre un po’ pretenzioso, può essere di grande conforto per un figlio in difficoltà. A volte basta progettare insieme una co-uscita di casa.

Atre volte, invece, ci sono dolori così grandi da attraversare, genitorialità così invadenti che può essere necessario l’aiuto di un terapeuta che guidi la persona verso la scoperta della sua verità, forse calpestata, e la legittimi nel prendere la sua strada.

Il punto di partenza, identico in entrambi i casi, è la consapevolezza. L’approccio offerto dalla Gestalt, la scuola di pensiero psicologica seguita sia dal dottor Poli che dalla dottoressa Gloria Volpato, la direttrice del Centro che propone i cicli di conferenze de Il Potere del Sentire, è quello di stare nel QUI e ORA. Gestalt vuol dire strutturarsi, “farsi” momento per momento, usando quello che c’è qui, ora.

Per far sperimentare ai presenti queste affermazioni teoriche, il dottor Poli ha proposto un esercizio: quello di chiudere gli occhi, radicarsi nel respiro attraverso una breve meditazione e poi figurarsi da una parte, dietro le spalle, i propri genitori, e davanti il proprio futuro. Poi al pubblico sono state poste queste semplici domande: cosa si è notato? Quale distanza c’era fra sé e i propri genitori?

L’esercizio – ha spiegato il relatore – fa parte di una pratica che intende, passo a passo, falsificare tutta una serie di credenze errate che ognuno ha di sé stesso. La consapevolezza corporea di quale sia la relazione che si intrattiene al momento attuale coi propri genitori può essere il contrario di ciò che si pensava ed è l’inizio di un processo di individuazione. Togliere, se ci sono, le invadenze oppure riconoscere dolorose distanze sono i primi passi per sviluppare uno sguardo nuovo su sé stessi.

Il buon genitore, quello che ognuno ha bisogno di far nascere dentro di sé, se vuole sviluppare i propri talenti, è colui che ha uno sguardo su di sé, un pensiero su di sé. Che impara a conoscere e a leggere il figlio. È tanto più importante averlo, quanto più spesso ci si ritrova ad ascoltare voci interiori che ripetono “Chi vuoi che sia io per darmi il permesso di provarci?”, partendo dalle più piccole cose.

Iniziare a dubitare di certi assunti sulle nostre capacità, vuol dire iniziare a fare spazio laddove prima c’era un vissuto famigliare che tendeva a comprimere l’esperienza e impediva ogni passo in avanti. Se non si riesce a fare un passo in avanti è perché, anche se si pensa il contrario, qualcuno non è stato in grado di accompagnare la nostra crescita di adulto.

Dubitare è il precetto insito anche nella pratica della Mindfulness tanto diffusa oggi. “E’ proprio vero che sono così?”, è la domanda da porsi. Dubitare, infine, è anche la chiave della dialettica che dev’essere presente in una buona società, così come secoli fa sosteneva il primo grande filosofo della Grecia Antica, Socrate.

Prossimo appuntamento Venerdì 18 gennaio 2019 ore 20.30 con il dott. Maurizio Stupiggia, psicologo, psicoterapeuta, presso Auditorium collegio vescovile Sant’Alessandro di Bergamo con la conferenza dal titolo Strappati da se stessi: il trauma come estrema alienazione.

Centro Divenire

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Centro Divenire. Centro di Psicoterapia Umanistica Integrata.

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