“Le esperienze di perdita nel bambino e nell’adolescente. Quali risposte possibili da parte degli adulti?” una breve sintesi della conferenza tenuta il 23 novembre 2018

Questo slideshow richiede JavaScript.

La conferenza di venerdì 23 Novembre ha avuto come ospite la dottoressa Annarita Verardo, psicologa, psicoterapeuta, esperta di traumi nel bambino e nell’adolescente, specialista della tecnica EMDR, formatasi sia in Italia che in Europa. Tra le sue molte esperienze sul campo ha partecipato alla task force per l’emergenza dei bambini sopravvissuti al terremoto di San Giuliano in Molise e per quello di Amatrice.

La dottoressa Verardo ha parlato delle morti traumatiche, ossia quelle morti che contengono un elemento di rischio per la tensione psicologica che provocano nel bambino. Ad esempio, se un genitore muore nei primi cinque anni di vita, quando il bambino è ancora quasi completamente dipendente dal genitore, la sua assenza può comprometterne lo sviluppo. Oppure quelle morti che, per tutta una serie di omissioni, risultano traumatiche perché non spiegate: il bambino percepisce che qualcosa non va, ma non ha gli strumenti per comprenderlo, le parole per dirlo. O gli episodi più tragici, come l’omicidio o il suicidio di un membro della famiglia.

Spesso la domanda del genitore è: “come posso non sbagliare?”. La dottoressa confessa che in quella “gara” arriva primo chi sbaglia meno. Spesso il genitore vorrebbe proteggere il suo bambino dal dolore, ma ai bambini non deve essere impedito di entrare nella sofferenza. Anche per un bambino, è necessario entrare nella sofferenza per poterne uscire. Non è il caso di allontanare il figlio, costringendolo a un soggiorno dalle zie o impedendogli di partecipare alla sepoltura, perché ciò crea ulteriori danni. Se il genitore sopravvissuto lo vuole allontanare o gli impedisce di andare al funerale – con l’obiettivo di proteggerlo – il bambino sperimenta una doppia perdita e non riesce ad elaborare il lutto.

È necessario entrare nell’ordine di idee che la morte è quanto di più naturale possa esistere al mondo, è lo specchio perfetto della vita, un’esperienza che fino a pochi anni fa tutti i bambini facevano e che ora invece è negata. Alcuni genitori lasciano che i loro figli di nove anni usino lo smartphone, con l’accesso libero ad internet: è come lasciare da solo un bambino in una piazza gigantesca, al buio e con moltissimi sconosciuti. Poi però non riescono e non vogliono rispondere alla domanda: che cos’è la morte? In realtà, i bambini hanno molti più strumenti psichici per accettare la perdita, che quelli necessari per stare sul web in sicurezza (molto calzante, anche se un po’ scioccante, è l’esperienza del Blue Whale, il gioco di origine asiatiche che circolava su internet che portava i ragazzi a cogliere sfide via via sempre più pericolose e autolesive fino all’ultima, quella di suicidarsi).

Un altro errore che i genitori fanno spesso, senza saperlo si intende, è passare troppo tempo a definire le regole invece che tendere le orecchie e provare ad ascoltarli meglio: i bambini non parlano quasi mai di come si sentono, ma se hanno un dolore sono i loro atteggiamenti che devono essere osservati. Una marcata aggressività spesso è segno che il bambino sta soffrendo per qualcosa che non riesce a dire. Diventare un bullo lo protegge dall’esposizione agli altri della sua vulnerabilità e dalla vergogna che potrebbe derivarne. La vergogna è infatti un sentimento comunissimo fra i bambini che hanno attraversato un trauma. Sentirsi tanto male li fa sentire diversi da tutti i loro compagni.

Un bambino, in seguito alla perdita del genitore, può anche sentirsi in colpa, credendo, in qualche modo, di esserne la causa, di averlo fatto accadere dopo quella volta che, ad esempio, si era molto arrabbiato e voleva che il papà morisse. Una bambina, scampata al terremoto, era convinta di essere stata lei la causa del sisma per essersi augurata, un giorno, che accadesse qualcosa nel suo paese dove non succedeva mai niente, nemmeno un terremoto. Per questo, è molto importante rassicurare il bambino nel dirgli che il genitore non è morto a causa sua o che la tragedia non può averla causata lui.

Il ruolo della mamma o del papà, appena dopo un’esperienza traumatica, è fondamentale perché il genitore, lui solo, è chiamato a raccontare cosa è successo. Perché un bambino vuole sentirsi dire le cose importanti dalle persone più importanti per lui, altrimenti si sente tradito. Sapere che, anche se è una cosa difficile e spaventosa, la mamma o il papà gliela stanno dicendo, è un motivo di conforto e di sicurezza per il figlio. Tuttavia vacillare, quando uno dei due genitori ha appena perso il compagno di vita, è del tutto normale. Ecco perché è importante farsi aiutare, chiamare quell’amica, quella zia, quella sorella, che possono sostenerli, perché quello è un momento in cui è difficile affrontare la verità con il proprio figlio. La volontà è quella di proteggere il bambino, ma non si può proteggere nessuno con le omissioni o con le menzogne. Allora una voce amica può ricordare cosa è giusto fare e sostenere il genitore mentre, pian piano, lui stesso assimila la notizia e comincia ad affrontare il trauma.

Nel caso di morte di uno dei due genitori, è importante ricordarsi questi quattro concetti: 1. Che il genitore non sarà più lì con lui/lei 2. Che non voleva morire 3. Che non tornerà. 4. Che il bambino non è la causa della morte del genitore. L’assenza è un concetto che i bambini riescono a comprendere, più difficile è far capire che questo assetto di cose non cambierà mai: è il concetto di irreversibilità che può essere compreso solo a partire dai sette anni di vita. Espressioni come “è morto per sempre” non aiutano la comprensione. Bisogna dire: “non tornerà mai più”. Non affrontare la verità rischia di essere ancora più traumatico, perché i bambini si accorgono che è successo qualcosa di grave ma nessuno glielo vuole raccontare. In questo modo si rischia che il bambino venga a contatto con delle informazioni sbagliate, oppure che male interpreti le poche informazioni che gli son giunte all’orecchio, provando a rispondere a domande come: “perché qualcuno ha voluto tenermi nascosta la verità?”, oppure tali informazioni vengono riportate da persone che non hanno un peso significativo nella sua vita o che non hanno gli strumenti per comunicargliele nel modo corretto.

Sapere che la mamma o il papà gli diranno sempre la verità, è per il bambino l’unica sicurezza di cui ha bisogno. Deve essere sicuro che non gli mentiranno: soltanto così potrà affrontare con fiducia quello che accadrà. Espressioni come “va bene essere triste, stiamo passando un brutto momento” sono importanti perché raccontano di quello che adulto e bambino stanno insieme attraversando. Mentre le pacche sulla spalla o rassicurazioni vuote come “non ci pensare” o “passerà in fretta” sono inutili e dannose. Anche il linguaggio deve essere chiaro e diretto, è meglio non usare eufemismi che rischiano di confondere le idee come “è andato in cielo”. Un bambino potrebbe pensare che sta andando da qualche parte sull’aereo oppure che è andato via ma un giorno tornerà. È meglio dire “è morto, non tornerà più” e “dentro di te ci sarà sempre il suo ricordo”, piuttosto che dire “ti guarderà dall’alto”, che potrebbe far credere che il genitore resterà ma come un fantasma.

Gli ingredienti indispensabili sono chiarezza, semplicità e tempo. Quando non sembrano capire, ripetere più volte può aiutare perché i bambini più piccoli non colgono il concetto di irreversibilità, oppure perché sono nella negazione, dato che, da piccoli, entrano ed escono al dolore, come una sorta di meccanismo difesa. Anche fare domande su come mai una persona è morta è molto frequente nei bambini, per capire come si muore. Per rispondere, è utile tornare con la mente ai ricordi delle proprie prime perdite, per riconnettersi con quel sentire e comprendere meglio lo stato d’animo del figlio.

Infine, nel caso del suicidio, evento traumatico di cui non si parla mai perché non si sa cosa dire, è fondamentale spiegare che la persona non voleva morire, che si è ammalata (la depressione è una malattia) e ha commesso un errore così grave che l’ha portato alla morte e che questo errore è stato non chiedere aiuto.

Prossimo appuntamento Venerdì 14 dicembre 2018 ore 20.30 con Piergiulio Poli, dottore in psicologia, counsellor e sociologo, psicologa, psicoterapeuta presso l’Auditorium R. Gritti di Ranica con la conferenza dal titolo I giovani che (non) escono di casa

Centro Divenire

Centro Divenire

Centro Divenire. Centro di Psicoterapia Umanistica Integrata.

Potrebbero interessarti anche...

CONTATTI