“Dal sentirsi estranei al sentirsi unici.” una breve sintesi della conferenza tenuta il 28 Settembre 2018

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Ospite alla conferenza di apertura del ciclo del “Potere del sentire” di quest’anno, dedicato al sentirsi estranei, è Alessandra Petrone, psicologa, psicoterapeuta e antropologa. Nel 2004 durante la II intifada ha lavorato come formatrice di un gruppo di psicologi palestinesi per aiutarli a fronteggiare il trauma della guerra e da questa esperienza è nato il suo libro “Resist to exist”. Durante la serata si è parlato del fenomeno dell’esclusione, del bullismo e di come si arrivi ad estraniarsi quando il contesto sociale ci è ostile.

La dottoressa è partita spiegando cosa siano gli schemi mentali e come sia possibile spezzarli. Essi hanno a che fare con quella cosa che la psicologia chiama introiezione, cioè una parte del giudizio esterno che abbiamo ricevuto nell’infanzia e che abbiamo inglobato dentro di noi. Alcune delle cose che ci hanno detto sono state malvagie, svalutanti e ce le portiamo dietro, ora, come un carico pesante, pieno di insulti, sul groppone. È capitato a chiunque di venire “bullizzato” una volta nella vita, ed è allora che ha mosso i primi passi verso il sentirsi estraneo, diverso. Diverso è aggettivo, implica una comparazione, diverso da?

Il diverso vorrebbe appartenere al gruppo e smettere di sentirsi a disagio. Basta uno scherzo di vestiti gettati nello scarico della turca nell’ora di ginnastica ed è fatta: inglobiamo, senza rendercene conto, il giudizio sotteso all’atto prevaricatore. Siamo sfigati, ce lo meritiamo, infondo. Non sappiamo reagire. Così, lungo la nostra vita, molti di noi, per evitare di esporsi nuovamente, hanno iniziato a estraniarsi in un mondo a se’, fatto di cose piacevoli, come le passioni, che li hanno salvati. Altri invece non si sono salvati perchè un video imbarazzante postato su Facebook ha rovinato la loro reputazione e hanno deciso di buttarsi dal terzo piano, mettendo in atto una risposta autodistruttiva.

Gli schemi sono quella cosa dentro la quale ci rifugiamo per non sentirci più sbagliati, per sentirci “ok”, dato che abbiamo imparato che essere noi stessi comportava dei rischi. Può capitare, però, che ci portino fuori strada, ingabbiandoci. È il caso di persone che vorrebbero cambiare lavoro per inseguire le proprie passioni ma apportano infinite giustifiche per evitare di provarci. A fare che cosa? A essere se stessi! Se quella volta che siamo stati spontanei ci hanno presi in giro, abbiamo imparato a scappare lontano, per non farci trovare più. Da quel momento niente è stato lo stesso. “Non mi metterò mai più in gioco!” Recitava la paura, “Sei incapace!”, suggeriva il giudice interiore, “Prima il dovere poi il piacere!”, racconta la morale collettiva. Eh sì, anche il dovere è una trappola che ci siamo costruiti.

Ma se in una vita di doveri ci sentiamo rinchiuse come delle prigioniere? Come possiamo provare gioia stando qui? Forse è il caso di raggiungere un compromesso. Visto che, ad esempio, dobbiamo lavorare per vivere, faremo qualcosa che ci piace. Ma questa risposta non è piaciuta a molte persone del pubblico. Si sono sollevate in protesta: “Non sempre si può fare quello che si vuole!”, “A volte si è costretti a fare ciò che non ci piace per mandare avanti la baracca!”.

Sì, però dipende come la vogliamo vivere. La dottoressa Petrone ha lavorato con persone in Palestina che vivevano sotto le bombe. In una tale situazione, c’è, sì, poco da scegliere, eppure, dice lei, a sera si arrivava sempre con una risata, anche se ogni giorno dovevano elaborare un lutto. Nel suo libro troviamo una vera e propria osservazione antropologica sul campo in cui ci racconta del dolore che si accompagna alla morte, ma anche, di pari passo, all’ironia. Come mai il riso è così importante nel lavoro terapeutico? Perchè de-costruisce, rompe gli schemi. Una metafora ce lo spiega.

I giullari di corte nel Settecento dicevano, scherzando, le verità più taglienti, quelle che nessuno all’infuori di loro osava dire al proprio re. E il re ne era felice perchè, anche se infastidito da quell’essere saltellante, ogni tanto si lasciava andare a una risata liberatoria e con tanta pazienza nei confronti di quel cialtrone, accettava di buon grado le critiche che gli venivano rivolte. Era il compito del giullare. Qualsiasi altra persona al suo posto sarebbe stata ghigliottinata, ma a lui essere scomodo era concesso, anzi commissionato. Altrimenti chi altri faceva riflettere il re sul suo operato? A un certo livello era trattato con guanti di velluto che non sarebbero spettati nemmeno a moglie e figli. Niente di più simile al lavoro del terapeuta gestaltista con il suo paziente, re, moderno, di un regno inespugnabile, il suo schema di pensiero, alle volte fin troppo costruito, che difende tenacemente contro un possibile attacco che ne rompa le redini.

“Farci rompere” gli schemi di pensiero dal giullare-terapeuta è utile quando, anche se li abbiamo costruiti per proteggerci, questi schemi non ci hanno guidati verso la felicità. La domanda è: se le bombe vengono sganciate anche nella nostra di società, sotto forma di giudizi, ansie, paure collettive, fantasmi della disoccupazione, noi come abbiamo intenzione di attraversare il campo minato? Col sorriso sulle labbra e tentando fino alla fine, o passando il tempo a lamentarci, sentendoci sfigati e sconfitti dalla disgrazia?

Prossimo appuntamento Mercoledì 10 ottobre 2018 ore 20.30 presso l’Auditorium di Ranica con la conferenza dal titolo Il bambino che eravamo con Antonio Moresco, scrittore, dialoga con il dott. Claudio Agosti, Psicologo, psicoterapeuta

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Centro Divenire. Centro di Psicoterapia Umanistica Integrata.

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