“E’ intelligente ma non si applica, ovvero quando imparare è troppo difficile…” una breve sintesi della conferenza tenuta il 6 Ottobre 2018

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Sabato 6 ottobre, presso la sala conferenze del Centro Culturale “Roberto Gritti” di Ranica, ha preso il via il ciclo di conferenze gratuite ed aperte a tutti dal titolo “Il potere del sentire Infanzia – Capire i figli”, organizzato dal Centro Divenire, sotto la direzione clinica e scientifica della Dott.ssa Gloria Volpato.

In occasione di questa prima conferenza è stato affrontato il tema dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento, con un particolare approfondimento su quali ne siano i segnali precoci, rilevabili già all’epoca della scuola dell’infanzia, prima dell’avvio della scolarizzazione, e soprattutto su quale vissuto emotivo, affettivo e relazionale accompagna i bambini portatori di questa peculiare fatica ad imparare.

Ma cosa sono e quali sono i Disturbi Specifici dell’Apprendimento? I DSA innanzitutto non sono una malattia, ma sono una difficoltà, un deficit che riguarda una componente circoscritta e specifica delle competenze di apprendimento di un bambino o di un adolescente, senza che il suo funzionamento intellettivo globale ne sia compromesso. I bambini ed i ragazzi con un Disturbo Specifico di Apprendimento sono infatti adeguatamente intelligenti, e la loro condizione di fatica non è dovuta ad una carenza di stimoli didattici ed educativi, né a deficit sensoriali e/o a traumi di natura organica e cerebrale. I DSA sono una condizione innata, su base neuro-bio-psicologica, e riguardano una competenza che non è mai partita e che non si può attivare, proprio perché il bambino fatica ad adottare le strategie di apprendimento che utilizzano la maggior parte dei suoi coetanei.

I DSA sono di quattro tipologie, anche se una non esclude automaticamente l’altra: infatti sono spesso co- presenti, proprio in quanto le funzioni neuropsicologiche che sottostanno ai vari domini dell’apprendimento (lettura, scrittura e calcolo) sono tra loro profondamente interconnesse e correlate.

Parliamo di Dislessia quando un bambino legge in modo più lento e più scorretto della maggioranza dei suoi coetanei, di Disortografia quando il piccolo fatica a scrivere correttamente da un punto di vista ortografico, di Disgrafia quando la sua scrittura è particolarmente stentata e sgraziata da un punto di vista grafico e formale, ed infine di Discalculia quando ad essere compromesse sono le abilità numeriche e di calcolo.

La diagnosi di Dislessia, Disortografia e Disgrafia può essere posta solo al termine del secondo anno della scuola primaria, mentre quella di Discalculia al termine della terzo, questo perché occorre prima essere certi che il bambino abbia avuto il tempo necessario per imparare a leggere, scrivere e far di conto. Ma quali sono i segnali precoci, ovvero quei campanelli d’allarme individuabili già prima dell’accesso a scuola, all’epoca della scuola dell’infanzia e che possono far pensare ad un futuro DSA una volta che il bambino avrà iniziato la scuola? I segnali precoci dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento sono individuabili prestando attenzione a come il bambino parla, pensa, impara e a quanto è coordinato da un punto di vista motorio e psicomotorio. Di fronte a piccolini che imparano tardi a parlare e a formulare le prime frasi, che faticano trovare la parola giusta per indicare un oggetto, o che appaiono particolarmente goffi ed impacciati nell’eseguire una serie di gesti ed azioni coordinati come allacciarsi le scarpe, occorre chiedersi se si tratta di una difficoltà evolutiva transitoria e o se è necessario un intervento di potenziamento per evitare che, una volta iniziata la suola, imparare sia davvero troppo difficile.

L’attenzione alle componenti neuropsicologiche e strumentali dell’apprendimento non deve però far passare in secondo piano l’adeguata considerazione del mondo emotivo dei bambini con una difficoltà di apprendimento, che sia classificabile come DSA oppure che sia di altra natura. I bambini che fanno fatica a scuola sono infatti sempre sofferenti, e possono manifestare il proprio disagio in modi differenti, come ad esempio lamentando mal di pancia o mal di testa come esito dell’ansia che l’apprendimento gli provoca, rifiutandosi di andare a scuola, mostrandosi irritabili, irascibili, piangendo frequentemente, non riuscendo a stare attenti o fermi sul banco mentre la maestra spiega, o addirittura comportandosi in modo aggressivo e violento. Avere un DSA sottopone il bambino ad una dose notevole di stress, in quanto la scuola lo espone a delle fatiche e a delle richieste che sono al di sopra della sua portata, che lo fanno sentire incapace ed inadeguato, non all’altezza della situazione, diverso ed inferiore ai suoi compagni, la maggior parte dei quali apprende senza particolari difficoltà. È stato infatti di frequente osservato, anche tramite rigorosi studi scientifici, che le emozioni ed il loro funzionamento sono strettamente collegate all’apprendimento e che il fattore che maggiormente influenza il successo scolastico dei ragazzi è l’autostima: dunque più i ragazzi ed i bambini sono sereni, hanno fiducia nei confronti di se stessi e del mondo, meglio vanno a scuola. Pensiamo dunque alla condizione di chi ha una difficoltà specifica di apprendimento, che vede minata la propria autostima, con l’esito che le difficoltà già in essere rischiano di venire ancora di più esasperate e cronicizzate. Ma proviamo ad analizzare il binomio difficoltà a scuola-sofferenza emotiva seguendo anche la direzione opposta, ovvero che dire di quei bambini e ragazzi che fenomenologicamente sembrano avere un DSA, le cui funzioni neuropsicologiche sono però intatte, e la cui sofferenza emotiva è tale da comportare che vadano male a scuola, e per i quali è questa l’unica modalità possibile per esprimere il proprio disagio e sofferenza? Difficoltà di apprendimento che provocano sofferenza emotiva o sofferenza emotiva che provoca difficoltà di apprendimento? È nato prima l’uovo o la gallina? – ci chiediamo allora.

In ambito psicoanalitico è stato più volte teorizzato come la relazione precoce di un neonato con chi si prende cura di lui e lo aiuta a dare significato al mondo interno ed esterno, rappresenti una sorta di matrice dell’apprendimento, di modello originario che influenza le modalità con cui il bambino affronterà poi anche l’apprendimento scolastico. Che dire dunque dell’andamento didattico di quei bambini la cui relazione primaria – matrice dell’imparare – è stata per qualche motivo deficitaria o francamente traumatica? Allo stesso modo, il processo di separazione ed individuazione, attraverso il quale il bambino acquisisce gradualmente la consapevolezza di essere distinto e separato dalla madre e sviluppa uno slancio di curioso desiderio verso il mondo, è stato considerato uno dei prerequisiti per apprendere in modo sufficientemente adeguato. Bambini che per varie ragioni sono spaventati dalla realtà, per i quali separarsi da chi gli fornisce cure è fonte di profonde angosce, e che non si sentono all’altezza di affrontare le richieste che il mondo e la scuola gli pongono, depressi e ritirati, faranno fatica ad imparare, mostrandosi passivi e disinteressati.

Quando approcciamo dunque ad un bambino che ha una difficoltà scolastica, che sia specifica o di altra natura, è bene osservarlo a tutto tondo, non limitandosi solamente al suo funzionamento in italiano o matematica, estendendo lo sguardo e l’ascolto anche al mondo degli affetti e delle relazioni, per comprendere realmente quanto ci sta comunicando.

Prossimo appuntamento  Sabato 13 ottobre 2018 ore 10.00 presso la biblioteca di Mozzo con la conferenza dal titolo Quando il bambino si esprime attraverso il disagio fisico. Psicosomatica neonatale.

Centro Divenire

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Centro Divenire. Centro di Psicoterapia Umanistica Integrata.

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